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“Borsellino”, indaga il Csm

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L’appello di Fiammetta Borsellino, figlia del giudice Paolo, è stato accolto. Il Csm, il Consiglio superiore della magistratura, indaga sul caso del falso pentito Vincenzo Scarantino. E l’attenzione del Csm è rivolta verso i magistrati che hanno gestito la sua falsa collaborazione con la giustizia. L’inchiesta si avvarrà, tra l’altro, delle motivazioni, prossime ad essere depositate, dell’ultima sentenza sulla strage di Via D’Amelio, a conclusione del cosiddetto “Borsellino Quater”, il quarto processo sull’eccidio frutto delle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, che ha rivelato il “depistaggio colossale”, come lo ha definito il procuratore Sergio Lari. Nel dettaglio, il verdetto è stato emesso il 13 luglio scorso dalla Corte d’Appello di Catania, e tutti gli imputati sono stati assolti dall’accusa di strage. Fiammetta Borsellino, insieme alla sorella Lucia, ex assessore regionale alla Sanità, e al fratello Manfredi, hanno scritto una lettera al Csm, e hanno chiesto al presidente della Repubblica, che presiede il Consiglio superiore della magistratura, se siano state intraprese delle iniziative a seguito di quanto richiesto dal consigliere del Csm Aldo Morgigni. E Morgigni, infatti, ha chiesto di accertare se nella condotta dei magistrati dei processi Borsellino, il primo e il secondo, che si sono conclusi con le condanne all’ergastolo a carico di innocenti, siano riscontrabili delle anomalie. E la parole di Fiammetta Borsellino, a commento di quanto accade, sono: “Mio padre ci ha insegnato che bisogna basarsi su prove e atti processuali. Denunciamo queste anomalie che hanno caratterizzato la condotta di poliziotti e magistrati che hanno coordinato le indagini e i primi due processi Borsellino. La Procura era formata dal già defunto Tinebra, da Carmelo Petralia, e dalla dottoressa Palma. I pubblici ministeri Ilda Boccassini e Roberto Sajeva, dopo avere partecipato alle prime indagini, andarono via nel 1994 sbattendo la porta con una lettera e prendendo le distanze dai colleghi. Boccassini capisce subito che Scarantino dice cose inverosimili, e nonostante tutto i colleghi lo continuano a ritenere attendibile. Nessuna polemica, non si tratta di accusare dei magistrati. Il nostro fine è più alto, più nobile: addivenire a una verità che non sia una verità qualsiasi, che purtroppo in questo caso è legata alle ragioni della disonestà di chi questa verità doveva trovarla. Vorrei fare un cenno ai poliziotti coordinati dal già defunto Arnaldo La Barbera, e ai funzionari del gruppo ‘Falcone e Borsellino’ quali Mario Bo, Vincenzo Ricciardi, Giovanni Guerrera, Giacomo Pietro Guttadauro e Francesco Zerilli. È inutile dire che tutte queste persone che ho citato hanno fatto delle brillanti carriere”.

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