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“Borsellino”, dopo Palma, Petralia (video)

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A Caltanissetta al palazzo di giustizia depone il magistrato Carmelo Petralia, indagato con la collega Anna Maria Palma nell’ambito dell’inchiesta sul depistaggio della strage Borsellino.


I magistrati Anna Maria Palma e Carmelo Petralia sono indagati dalla Procura di Messina per concorso in calunnia aggravata nell’ambito dell’inchiesta sul depistaggio delle indagini dopo la strage di Via D’Amelio, in riferimento al periodo in cui, dal luglio del 1994 in poi, hanno gestito, insieme ad altri colleghi, il falso pentito Vincenzo Scarantino. E sono stati convocati a Caltanissetta, al palazzo di giustizia, a deporre al processo in corso sul depistaggio. L’audizione di Anna Maria Palma, tra esame e controesame, si è conclusa prima delle festività natalizie.

Carmelo Petralia
Adesso è stata la volta di Carmelo Petralia, attualmente Procuratore Aggiunto a Catania, che ha risposto alle domande del pubblico ministero Stefano Luciani, il quale tra l’altro ha chiesto lumi sul perché fossero i servizi segreti ad indagare nel 1992 nonostante non siano ufficiali di polizia giudiziaria. E Petralia ha risposto: “Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, visto lo choc generale subito dal Paese, ci fu un concorso di contributi investigativi incredibile. C’erano momenti in cui nella stanza del procuratore capo di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, c’erano funzionari dell’Fbi o della polizia tedesca. E in quel contesto c’era anche la presenza di appartenenti ai servizi segreti, al Sisde. In particolare ricordo che c’era Bruno Contrada con cui una volta andammo anche a pranzo all’Hotel San Michele a Caltanissetta, dove io fui invitato da Tinebra. Di Contrada avevo comunque sentito parlare da collaboratori di Falcone che mi avevano riferito, tra l’altro, di una diffidenza del magistrato verso di lui. Poco tempo dopo seppi che era stato arrestato a Palermo. A tenere i contatti con Contrada sicuramente era il capo dell’ufficio, Giovanni Tinebra. Vi fu un contributo informativo da parte del Sisde. In che modo si sia sostanziato e quanto sia durato non lo so. Non dissi nulla, ma se avessi saputo di indagini dei servizi segreti sulle stragi anche io avrei esposto delle riserve. Oggi è relativamente facile cogliere le criticità di quell’indagine. Ma allora c’erano i poliziotti che portavano elementi che avevano suscettibilità di sviluppo investigativo. Loro ci credevano e io non avevo gli strumenti per sospettare una malafede”. E poi Carmelo Petralia ha aggiunto: “Non ho mai saputo nulla dei colloqui investigativi fatti dalla polizia con i falsi pentiti Scarantino e Andriotta. Sono rimasto stupito leggendo la sentenza Borsellino quater, perché già all’epoca i due collaboravano con la Procura di Caltanissetta. Questa prima fase delle indagini fu curata da Ilda Boccassini, che godeva dell’assoluta fiducia del procuratore capo Tinebra e aveva un rapporto personale privilegiato con il dottore Arnaldo La Barbera”.
Palma, Tinebra, Giordano e Petralia
Poi, sulle parole usate da Petralia nell’intraprendere l’ascolto di Scarantino, ovvero “Si tenga forte, iniziamo un lavoro importantissimo che è quello della sua preparazione alla deposizione al dibattimento”, lui, Carmelo Petralia, ha replicato così: “Sul concetto di preparazione, che è stato molto facile equivocare a livello mediatico, mi spiego: di fronte a collaboratori anche problematici come lui, significa rammentargli come deve comportarsi, non andare fuori dalle righe, evitare di replicare a eventuali provocazioni, insomma quel codice comportamentale che ogni buon collaboratore di giustizia deve avere. Era il primo processo per la strage di via D’Amelio, il soggetto era problematico e non nel senso di falso o mentitore e ingannatore della giustizia italiana ma nel senso che era un soggetto che aveva più criticità, quindi bisognava avere più attenzione nel prepararlo per una veritiera esposizione delle sue conoscenze”.

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