FREE TIBETOggi c’è sole. Una luce di diamante, insolita per questo inverno del Nord. Mi scalda la pelle e il cuore. E mi regala un sorriso lungo e tenero, intrecciato insieme ai ricordi. Mi ritrovo bambina, con la pelle bruciata da un altro sole, diverso, purissimo, inclemente, desiderato e libero. Tra quelle nevi eterne che, a tratti, svaniscono dalla memoria. E a tratti ritornano con la forza di una lama affilata che separa, severa, realtà e desiderio. Dalla mia finestra, oggi, vedo un mare di erba. E’ verde, lucente e sottile. E i gatti ci rotolano dentro, sinuosi e pigri. Sono strani animali. Non avrei mai immaginato che ne esistessero al mondo. Per me bambina c’erano solo marmotte, cani grandissimi e ben protetti da un fitto pelo. E animali al pascolo, come macchie perse tra le rocce verdi e viola delle montagne. Yak, un nome incisivo e duro, per una bestia mite, di cui usavamo proprio ogni cosa. Dalla pelliccia per coprirsi, al latte per produrre il formaggio da far asciugare in lunghe collane. Fino agli escrementi, schiacciati in forme rotonde, messi in file ordinate, a seccare nel vento, pronti per essere accolti dalle grandi stufe e rendere più clemente l’inverno.
A volte ho paura che mi vacilli la memoria, che svanisca dalle narici il ricordo di quegli odori. Dalle pupille il vortice abbagliante dei colori affacciati sul cielo. E dalle orecchie il suono del silenzio. Perché io il silenzio lo sapevo ascoltare. Sentivo dentro di me ogni soffio, ogni sfumatura. E mi preparavo alla preziosità di ogni vibrazione. Il gong che giungeva dal Monastero vicino, Il suono profondo delle trombe, capaci di valicare le valli. Quello penetrante dei cembali e dei tamburi. Quello purissimo delle nostre “campane”, quando il legno, scivolando sul loro bordo, produceva quel suono ineguagliabile, purissimo e cristallino, che a me sembrava la melodia dell’universo. E poi ancora il silenzio. E l’attesa di un nuovo suono. Una sorta di sottofondo che ha segnato ogni attimo della mia vita. Un mantra ripetuto milioni di volte, ininterrotto, sovrapponibile a ogni azione. Nenia rassicurante, protettiva, pura, capace di connettere l’umano al divino, di far perdere e ritrovare tutti i pensieri.
E poi, di nuovo, il suono del vento. Signore incontrastato di quelle montagne. Capace di ruzzolare giocoso e severo dai deserti in quota, fino alle nevi che apparivano eterne. Orchestrato e diretto dalle innumerevoli bandierine delle preghiere e dalle sciarpe bianche con i simboli di buon auspicio. Non ho rivisto mai più quei colori. Non ho più risentito quei suoni, Non sono più stata accompagnata e scossa da quelle emozioni. Adesso mi sembra che sia tutto pastello. Senza intensità, senza vibrazioni. E per quanti anni dovessi vivere ancora, in questa o in una prossima vita, sento che non potrei mai più dipanare le mie percezioni sottili di allora in nessun altro Paese diverso da quello dove io sono nata. E dove so che non potrò ritornare. Così, ogni tanto, chiudo gli occhi e dondolandomi al suono interno e bisbigliato di quel mantra antico, mi sforzo di tornare indietro nelle memorie e nel tempo. Ma è come stringere le mani intorno a un sogno. O come cercare di vedere chiaro dentro alla nebbia.
E allora poggio lo sguardo su quella che, oggi, è la mia vita. So che, in fondo, ho avuto fortuna. Che sono viva. Che ho figli e nipoti. Ma so anche che i miei genitori hanno concluso la loro esistenza presente – qui in terra d’esilio – con lo sguardo rivolto verso il Tibet. Il loro paese ormai irraggiungibile e perduto. Che resta “nostro” nel cuore ma che, ormai, non ci appartiene. Sono fuggiti dal dramma di un’invasione. Barbara e iniqua. Che ha piegato, in quel 10 marzo del ’59, la resistenza dei Tibetani, generando migliaia di morti, ben 87.000, solo nel corso di quell’insurrezione. Che ha obbligato il nostro Dalai Lama a fuggire in India, con oltre 80.000 persone, primi Esuli di una diaspora che ad oggi conta 150.000 profughi, non solo in India ma in Nepal, Bhutan, Sikkim, America, Europa.
Io tra questi. Fortunata e viva. A differenza del milione e duecentomila Tibetani che sono stati uccisi dall’inizio dell’occupazione. Un quinto del nostro Popolo intero. E a differenza di quel centinaio di uomini, donne, ragazzi, monaci di ogni età, dai 17 ai 60 anni, che hanno scelto di immolare la loro vita con il fuoco, come forma estrema di una lotta non violenta, per la libertà del nostro Paese. Sono fortunata ma non mi sento tale. E quando guardo i miei figli – che sono nati in esilio – mi sforzo di trasmettere loro il privilegio di essere liberi e vivi. Ma senza sentirlo appieno nel cuore. Loro non hanno mai visto il nostro Paese. Usano i cellulari, vestono in jeans e non sanno cosa vuol dire camminare per più di un’ora. Io, che ho attraversato l’Himalaya a piedi, da bambina, nel gelo della neve, stordita dal freddo, con lo sgomento negli occhi per gli orrori visti e con l’angoscia per un futuro ignoto, io sì che lo so cosa vuol dire. So che significa camminare. E camminare per un mese intero, per fuggire in esilio, di notte, pregando di non essere scoperti e uccisi. E pregando che quel bianco della neve, accecante anche al buio, potesse finire. Io lo so che vuol dire scappare. Lasciare tutto quello che hai. Perdere gli amici, i parenti, tutte le cose che amavi. Perdere la tua casa. E perdere anche la speranza di poterla ancora trovare. Per questo a volte sono indecisa. In altalena, tra il desiderio di condividere in dettaglio ogni emozione di vuoto e quello di proteggere i miei figli dal vortice nero di questi ricordi. Ma nessuno di noi può – o deve – dimenticare.
Il nostro Paese vive con noi, ovunque ci sia dato di abitare. Attraverso le tradizioni che manteniamo in vita con ostinazione e cura. Attraverso la lingua condivisa che ci fa sentire a casa anche all’altro capo del mondo. Attraverso le danze, i sapori del cibo, i colori degli abiti. E quelli sfolgoranti della nostra bandiera. Fatta di sei raggi blu che rappresentano il nostro cielo e di sei raggi rossi che simboleggiano le Tribù originarie del Tibet. Invasa da un sole splendente che indica la libertà, la felicità materiale e spirituale e la prosperità per tutti i viventi. Con una montagna innevata che rappresenta il Paese chiamato “Tetto del mondo”. Con due leoni di montagna, unione tra vita secolare e spirituale, a sorreggere simboli preziosi. E, infine, con quella striscia gialla, solo su tre lati, simbolo della nostra religione, aperta in direzione del mondo. E soprattutto vive nel nostro spirito indomito e fiero. Che ci fa partecipare a ogni rito, manifestazione, evento per la Libertà di questo Paese, perso eppure vicino. A un tiro di sguardo. A un soffio dal cuore. Chi sa se riavremo mai più quella Libertà che abbiamo perduta. Chi sa se i figli dei nostri figli potranno ritornare in un Tibet di nuovo Libero. Chi sa se un giorno anche il Governo di Pechino sarà come tanti Governi “normali”. Capace di tutelare i diritti del popolo Cinese, insieme ai nostri diritti. Chi sa se tutto questo diventerà reale o resterà solo un sogno e un desiderio.

Ma quello che per me conta è non smettere di lottare. Di desiderare. Di tenere accesa la fiaccola della nostra anima e di procedere avanti nel nostro cammino. E di sostenere i nostri giovani perché diano voce alla tutela dei nostri diritti, mettendo la loro forza e la loro tenacia avanti a tutti gli ostacoli, anche quando l’energia degli adulti comincerà a vacillare.
Dando vita a nuove generazioni sempre consapevoli delle loro radici. Nella certezza che queste radici potranno diventare le loro e le nostre ali. Ho un ricordo che mi scalda ogni tanto i pensieri. E’ di quando vivevo in uno dei Tibetan Settlement in India del Sud, prima di volare al di là del mare. Allora lavoravo in una casa per anziani, malati e soli. Oltre 100 Tibetani dell’età possibile dei miei genitori.
Un giorno abbiamo ricevuto la visita di una donna europea. Lo ammetto, ho pensato che fosse la solita “straniera” pronta a commuoversi in fretta e in superficie. Ma in pochi minuti, così senza preavviso, quella donna ha scombinato il mio pregiudizio e la nostra routine. Ha parlato con qualcuno, poi è sparita, poi è ricomparsa di nuovo, sembrava carica di desiderio e di energia. Nel giro di mezz’ora la casa è stata letteralmente invasa da classi intere di bambini. Che non erano mai entrati da noi. Che non avevano mai
visto quei “nonni” speciali e che non erano mai stati visti da loro.
Due universi paralleli, capaci di vivere a distanza di pochi metri, come se in mezzo ci fosse l’abisso. I nostri nonni, ultimi testimoni di un Popolo che è nato libero. E i nostri bambini, ormai quarta generazione, di Figli dell’Esilio. Una giornata intera e intensa di vita in comune. Di ricordi scambiati e condivisi. Di domande prima timide e curiose. Poi sempre più coinvolgenti. Secche, dirette. Con
quella carica di impietosa assenza di pudore che sanno avere solo i bambini. “Perché il Tibet è stato occupato?” … “perché tanti Tibetani sono stati uccisi?” … “Sarà mai possibile tornare, un giorno, nella nostra patria, da uomini liberi?” … “Quale può essere il nostro contributo, qui in Esilio, per la libertà del nostro Paese?” … E poi lacrime, risate, commozione, scambio di disegni e di doni. Una giornata preziosa.
Un piccolo ponte tra le generazioni. Per non dimenticare. Ogni tanto riguardo quel video. Traccia di una giornata estemporanea, nata quasi dal niente. Dalla curiosità caparbia di una straniera e dalla sua scelta determinata che ha messo radici in un terreno fertile e adatto. E ogni tanto penso a tutte le persone che lo hanno visto negli anni a venire. A quei nonni che si sono “addormentati” con un sorriso in più. A quei bambini che hanno visto attraverso gli occhi di testimoni speciali la storia della “loro” terra. A quei fili sottili e tenaci che si sono costruiti e che daranno, nel tempo, i loro frutti maturi.
L’ho visto, anche, una volta insieme alla più grande delle mie nipoti. Tenzin, un miracolo di intelligenza e di calore. Che guarda, da sempre, la vita con animo attento. E che spesso mi dice di voler diventare Insegnante. Ma che, in America o in India, vorrebbe lavorare anche per il Governo Tibetano in Esilio, così da poter dare un contributo più efficace al destino della sua gente.
Penso che ne abbia le potenzialità e il coraggio. Perché è consapevole e attenta. E perché non si fa sconti. Parla fluentemente la nostra bellissima lingua e pesta i piedi quando mia figlia, sua madre, le risponde in Inglese. Lei dice “l’inglese è la lingua per fuori, qui in casa nostra è il tibetano che dobbiamo parlare, per non correre il rischio che svanisca dalla memoria”.
E penso, quindi che noi Tibetani avremo un bel futuro. Perché i nostri giovani sono figli di uomini e donne che sono diventati forti proprio dentro al dolore. E che hanno trasmesso loro la stessa determinazione e la stessa forza. Ho letto su un libro che questa caratteristica si chiama “resilienza”. Mi piace molto questa parola. Più di resistenza. Ho imparato che la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi che ci hanno sconvolto la vita. Riorganizzandosi, in modo utile, davanti alle difficoltà. E che è anche la capacità di combattere e raggiungere mete importanti, senza perdere la propria umanità e la visione buona di tutti gli eventi.
E poi ho anche letto che ci sono non solo persone ma intere comunità, capaci di questa dote. Che non collassano a fronte di una catastrofe, come potrebbe accadere. Ma che sopravvivono e anzi, proprio in conseguenza del trauma, trovano la forza e le risorse per
una nuova fase di crescita e di evoluzione.
Io penso di avere avuto in sorte il dono di essere resiliente. Penso che anche i miei familiari lo siano. E penso che il popolo Tibetano lo sia fin dentro le vene. D’altra parte, forse non a caso, una delle frasi più note del Dalai Lama è quella che invita le persone a non arrendersi. A non mollare mai. Nonostante tutto quello che possa accadere. Resilienza … Quella che fa sopravvivere, per decenni, incarcerati in un Laogai. A dispetto delle torture quotidiane, delle umiliazioni, delle percosse, dei pungoli elettrici che violano l’anima, martoriando la carne. E che fa decidere di continuare a lottare, senza armi, per raggiungere il proprio diritto alla Libertà e alla Pace.
Almeno a quelli che vivono in Esilio. O che vivono in patria e non si arrendono, a costo della vita, alla sinizzazione impietosa, alla dissacrante routine che vieta di parlare e scrivere nella propria lingua, di professare la propria religione, di mantenere le proprie
tradizioni e preservare le proprie radici.
Con l’aiuto, a volte concreto, a volte solo morale, di quanti nel mondo proteggono i diritti degli esseri umani. E manifestano, battendosi con noi, fianco a fianco, perché l’attenzione sulla nostra causa si mantenga viva nel tempo. A volte ci prende l’esaltazione per alcune campagne la cui dimensione è pari al nostro desiderio. E dove oceani di persone, in ogni parte del mondo, gridano dal profondo dell’animo, il loro sdegno, la loro solidarietà e la loro rabbia. A volte cadiamo nel baratro dello sconforto, perché un solo Governo mastodontico e impietoso – quello di Pechino – determina i nostri destini, insieme a quelli del mondo. Ma, per raggiungere il nostro obiettivo, esaltazione e sconforto sono un prezzo inevitabile da pagare.
E per questo sono grata, nel profondo, a tutte quelle persone che hanno difeso i nostri diritti, sentendoli risuonare sulla propria pelle.
Sono anche loro che mi hanno consentito di essere oggi la persona che sono. E di parlare – da donna – a nome di tutte le donne. Non solo quelle del mio Paese ma del Mondo intero. Che lottano per essere riconosciute, rispettate, viste. E perché i loro figli
possano vivere in un mondo migliore.
Io, senza il loro sostegno, proverei solo disperazione e rabbia. Ma, nella rete di uno sdegno condiviso, i miei sentimenti da passivi e aggressivi, si sono trasformati in azioni concrete. Che mi fanno urlare – non più da sola – ormai è stato “Abbastanza”! Abbastanza lutti. Abbastanza soprusi. Abbastanza dolore. Abbastanza tempo da quando abbiamo dovuto piegare la testa. Abbastanza le occasioni per poterla alzare di nuovo. Abbastanza perché la nostra esasperazione si connetta a quella di tanti popoli che sono stati oppressi. O che potrebbero esserlo ancora, in un futuro non troppo lontano. Mi ha colpito, leggendo un po’ in giro, la storia di quella farfalla che nella metafora di Lorenz, battendo le ali in Brasile potrebbe procurare in Texas un uragano. E ho pensato che quello che sta subendo il mio Popolo oggi è, appunto, soltanto un battito d’ali. Capace di provocare drastici cambiamenti nel mondo intero. A seconda di come noi stessi e gli altri stanno o non stanno a guardare. Perciò credo che tutte le persone che sono state attive al nostro fianco hanno fatto non solo a noi ma a loro stessi un grande regalo. Quello di poter determinare – non importa in quanto tempo – una rivoluzione di proporzioni immense, nella vita delle generazioni di là da venire. Rendendole più consapevoli e, appunto, più resilienti.
E poi chi sa che la resilienza non sia proprio insita nella nostra natura. Come quella particolare viscosità del sangue che consente a noi Tibetani di vivere, senza mal di montagna, ad altissima quota.
E chi sa che questa dote non si vada rafforzando nel tempo. Alimentata proprio dalle azioni estreme di chi vorrebbe fiaccarci non solo il corpo ma anche la mente. Domande a cui io non sono capace di dare una risposta. Forse lo sarà Tenzin, un giorno. O forse i figli dei figli suoi. E forse quel giorno ciascuno potrà sentirsi di nuovo a casa. Qualunque sia la parte del mondo che lo avrà ospitato. Vorrei che questo fosse il cambiamento. Questa la trasformazione. Vorrei che l’esperienza di vita vissuta – della vita di tutte le donne e di tutti gli uomini del mio Paese – fosse la matrice per questo cambiamento e per questa trasformazione.

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